L'
acqua è il simbolo della vita, della purezza.Ad essa sono state associate immagini, letteratura, simbolismi.
È forse il simbolo della vita però quello che oggi riveste un maggior significato. Senza di essa ogni ipotesi di nascita, crescita e sviluppo può essere vanificata. Sappiamo che essa è sicuramente un fattore limitante dello sviluppo. Anche quando sono disponibili mano d'opera, capitale, terra, minerali, risorse naturali, la scarsità di acqua impedisce una vita decente e moderna, attività agricole, manifatturiere, turismo, tutto.
Sappiamo che il 71% della superficie terrestre è ricoperta di acqua e circa il 98% del volume totale si trova negli oceani e nei mari ed è troppo salato per poter essere utilizzato per l'agricoltura o per usi domestici e industriali. Solo il 2,5% è costituito da acqua dolce, ma la maggior parte di questa (l'87% circa) è concentrata nei ghiacciai, nell'atmosfera o a grandi profondità ed è quindi difficilmente utilizzabile. Le fonti principali di approvvigionamento sono i fiumi, i laghi e le falde acquifere dove si raccoglie la quantità d'acqua che si rende disponibile per l'uso attraverso il ciclo idrologico.
Oggi uno dei fattori di maggiore interesse sociopolitico è legato alla questione che l'acqua non è solo poca, è anche distribuita in modo ineguale sulla superficie terrestre. La maggior parte di essa è concentrata in alcuni bacini della Siberia, nella regione dei Grandi Laghi in Nord America, nei laghi Tanganika, Vittoria, Malawi in Africa, mentre il 27% è costituita dai cinque più grandi sistemi fluviali: il Rio delle Amazzoni, il Gange con il Bramaputra, il Congo, lo Yangtze e l'Orinco.
Oggi la crisi della risorsa idrica è stata aggravata dall'interazione dinamica di molti processi sia a livello locale che a livello globale: fattori ambientali (cambiamenti climatici, desertificazione, scomparsa delle zone umide-tampone); fattori economici (le sorti dell'industria agro alimentare, la globalizzazione degli scambi, il bisogno crescente di energia); processi sociali (migrazioni, urbanizzazione, crescita demografica, epidemie); processi culturali (riconversione dei sistemi rurali ed urbani).
Seconda una indagine della
World Bank, 80 paesi (con il 40% della popolazione mondiale) hanno difficoltà di approvvigionamento e le loro risorse idriche non hanno quei requisiti di qualità che dovrebbero tutelare la salute.
Il costo in termini di impronta idrica di una semplicissima t-shirt è di 2700 litri di acqua; per un paio di scarpe arriviamo a ben 8000 litri, mentre per un caffè si scende a 140 litri e per una mela a 70: i processi di produzione attuali non sono certamente all’insegna della sostenibilità, secondo quanto messo in luce dal Rapporto Quant’acqua sfruttiamo, redatto dal
Sustainable Europe Research Studies per conto dell’associazione ambientalista
Amici della Terra.
Uno spreco notevole che incide nettamente sul nostro pianeta che paga e sta facendo pagare a noi lo sfruttamento indiscriminato delle proprie risorse: sfondato il tetto dei sette miliardi di abitanti della Terra, sono sempre gli stessi a concedersi i benefici non solo del progresso ma anche della natura, quelli che dovrebbero essere garantiti a tutti. L’
impronta idrica media giornaliera di un cittadino nord americano, ad esempio, è la maggiore di tutto il mondo con 7650 litri pro-capite, contrapposta a quella di 3350 degli africani; senza contare quelli che, tra quanti vivono nell’Africa sub-sahariana, non hanno neanche accesso a risorse fondamentali per la sopravvivenza.
Per esemplificare quali sono i nostri sprechi quotidiani, quelli di cui non siamo consapevoli e che non si risolvono con le buone norme che è, tuttavia, necessario sempre rispettare per senso di civiltà, il rapporto si sofferma sul percorso di una t-shirt, da quando non è altro che un fiocco di cotone in un campo, fino al suo giungere sugli scaffali di un negozio. Ebbene, per ottenere un chilo di tessuto, scopriamo, sono necessari ben 11000 litri di acqua.
Le piante del cotone, presenti nelle regioni tropicali e subtropicali di tutto il mondo, vengono coltivate in numerosi paesi dell’Asia: nel 2009 i paesi maggiori produttori sono l’India e la Cina. Dell’acqua contenuta al loro interno, circa il 45% è quella proveniente dall’irrigazione, il 41% è l’acqua piovana evaporata dal campo durante la crescita ed il 14% è necessaria per diluire le acque reflue derivanti dall’uso di fertilizzanti e prodotti chimici. A questo vanno aggiunti tutti i processi che portano all’intera realizzazione del prodotto, inclusa la raccolta, l’elaborazione della garza di cotone, la cardatura, la filatura, la tessitura, il candeggio.
Prodotte da un’industria tessile ormai tutta localizzata nei grandi centri emergenti dell’Asia, come Dacca in Bangladesh in cui si contano circa 3000 fabbriche, da uomini e soprattutto donne che lavorano in condizioni di schiavismo totale, realizzando una media di 250 t-shirts all’ora per una paga mensile di 42 dollari.
Anche lo smodato uso di acqua in bottiglia in paesi che dispongono di risorse idriche sufficienti, oltre ad essere costoso e condizionato semplicemente da campagne pubblicitarie, dal momento che «la merce acqua in bottiglia non è molto diversa dall’acqua di rubinetto trattata», crea un impatto ambientale notevole e che sarebbe facile ridimensionare: l’imbottigliamento ed il trasporto sono due processi che che implicano il consumo di grandi quantità d’acqua, energia, materiali, nonché il rilascio di emissioni.
La plastica, attualmente, è una vera e propria piaga che affligge il nostro pianeta: nell’Oceano Pacifico c’è una quantità di spazzatura superiore di sei volte a quella del plancton mentre il
Pacific Trash Vortex è composto per il 90% di plastica, materiale che ogni anno uccide 100 000 tra mammiferi ed uccelli marini che lo mangiano, credendo che sia cibo. Forse ciascun cittadino è troppo piccolo e lontano da queste realtà per poterne mutare il corso, ma quel che è certo è che una modifica dei propri comportamenti consumisti che danneggiano non solo l’ambiente ma anche l’umanità, potrebbero rappresentare un passo significativo per il miglioramento.
L'
UNESCO ha fondato nel 2000 un
Programma di Valutazione delle Risorse Idriche Mondiali (WWAP), che rappresenta l’impegno delle Nazioni Unite a sviluppare gli strumenti e le capacità necessarie per raggiungere una migliore conoscenza dei processi, delle pratiche di gestione e delle politiche che aiutano a migliorare la fornitura e la qualità delle risorse delle acque dolci globali.
L’obiettivo principale del programma è quello di valutare e dare informazione sullo stato delle risorse delle acque dolci del mondo e sulla loro richiesta, definire problemi critici ed esaminare la capacità delle nazioni di superare i conflitti legati all’acqua. Il primo prodotto del WWAP è il Rapporto sullo Sviluppo delle Risorse Idriche Mondiali, pubblicato ogni tre anni e presentato congiuntamente al
Forum Mondiale dell’Acqua.
Tra i compiti del Programma:
- monitorare, valutare e divulgare informazioni sulle risorse di acqua dolce e sugli ecosistemi nel mondo, la gestione e l’utilizzo delle acque, e identificare temi critici e problemi;
- fornire assistenza ai paesi per sviluppare le proprie capacità di valutazione;
- incrementare la consapevolezza sulle problematiche presenti e future rappresentate dall’acqua e fare così pressione sui programmi mondiali dell’acqua;
- apprendere conoscenze e rispondere alle richieste di coloro che agiscono a livello decisionale e dei dirigenti che si occupano di acqua;
- promuovere un equilibrio culturale e di genere;
- misurare i progressi verso il raggiungimento di un utilizzo sostenibile delle risorse idriche attraverso specifici indicatori;
- dare supporto alle autorità competenti includendo l’identificazione di futuri alternativi.